Sandrigo Trenta (marzo 2010) a cura di Andrea Ruggiero

 

Ritratto d’autore: Claudio Gaspari

Tra le molteplici caratteristiche dell’arte una
delle più sorprendenti è senza dubbio la capacità di riuscire
ad essere un efficace ed inesauribile strumento di conoscenza.
Questo vale tanto per chi la osserva da spettatore interessato,
quanto per chi la realizza da appassionato artefice.
Claudio Gaspari si inserisce a pieno merito in quest’ottica,
mettendosi al centro di un progressivo percorso di analisi di
sé e degli altri, cercando poi di spingersi sempre più
al di là della mera apparenza della realtà.
Vicentino di nascita, fin da piccolo si dedica al disegno,
interessato al contatto tra lo strumento appuntito e
il supporto piano che genera il segno, affermazione autentica
e primordiale della presenza dell’uomo nel mondo.
Dopo aver frequentato la scuola d’arte di Vicenza entra
a far parte del circolo di pittura "La Soffitta",
gestito ottimamente dal maestro Otello De Maria.
Qui inizia ad usare con continuità i colori ad olio,
pur non smettendo mai di dare priorità alla rappresentazione
grafica, usando il pennello come fosse una vera e propria matita.
Grande attrazione esercita su di lui anche la tecnica coraggiosa
dell’acquerello, perfetta per esprimere il suo carattere
un po’ introverso e delicato nell’approcciarsi al mondo cercando
di trovarvi un proprio spazio ed un ruolo preciso.
un periodo piuttosto lungo di circa venticinque anni passati
nel mondo dell’oreficeria a progettare gioielli affinando
l’uso del segno grafico, reincontra i vecchi amici della "Soffitta"
e la sua vita cambia in maniera considerevole.
Decide infatti di ritornare alla passione giovanile,
riprendendo quanto aveva iniziato molti anni prima e che
era stato chiuso metaforicamente in un cassetto dalle
circostanze della vita. Una ripresa però più consapevole
delle proprie capacità, e soprattutto del posto che vuole
occupare nel mondo, unita alla convinzione dell’indispensabilità
dell’arte per la sua vita, come la riscoperta per
il piccolo Linus dei vecchi cartoni animati.
Fondamentale la scoperta delle grandi dimensioni,
dei formati più estesi dei semplici fogli da disegno
o delle piccole tele: su di esse si può infatti ampliare
la voglia di conoscere la realtà arrivando a
dilatarne i contenuti per meglio comprenderli in tutte
le loro più nascoste sfaccettature e significati.
Nascono così grandi opere eseguite con svariate tecniche e stili:
dagli oli ai pastelli, dagli acrilici agli acquerelli.
Tutti accumunati dalla delicatezza delle forme ma anche
della precisione nel realizzarle, andando alla ricerca della
loro vera essenza. I colori, spesso vibranti di vita,
si caricano di valori simbolici e portano lo spettatore
oltre l’opera stessa, "al di sopra della realtà",
con un procedimento analogo ai grandi pittori surrealisti del
passato. I temi preferiti sono quelli religiosi e umanitari:
dalle splendide figure di Cristo adulto o bambino
a quelle della Vergine, fino ad arrivare ai bambini
vittime innocenti delle guerre che ne segnano
irrimediabilmente i volti. Claudio un bravo artista
di madonne e bambini vuol dire non comprenderne affatto
la portata e lo spessore, facendo così grave torto alla
stessa disciplina artistica. La figura di Maria
(protagonista nel 2009 di una sua importante personale presso
la Basilica vicentina di Monte Berico) rappresenta infatti per
lui l’emblema della femminilità e una delle più sublimi
metafore del sacro, irriducibile semplicemente a mera
immagine di bellezza, caricandosi invece di
molteplici sfumature e simboli. Allo stesso
modo i bambini: espressioni innocenti di purezza e di salvezza,
ma anche riflesso immediato di una società in
continuo cambiamento e spesso autrice crudele di violenze
e atroci misfatti. Ruolo indispensabile per Claudio
è poi rivestito dalla filosofia orientale, trasformando
la pratica artistica in attività contemplativa imprescindibile
per avvicinarsi alla piena comprensione del singolo e dell’altro.
Una pittura evocativa, quasi profetica, lontana dalle
apparenze e in diretta comunicazione con l’animo dell’artista
e dello spettatore, in opere che smettono di farsi
semplicemente ammirare per diventare profonde esperienze emozionali.

Andrea Ruggiero

 

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